sabato, 26 aprile 2008

Contemporaneo

Duccio Boscoli.

Come cibo indigesto. questa musica mi fa sentire contemporaneo. cont, tem, por, aneo.

due vecchietti vomitano ai lati della strada.

La pelle mi prude, la pelle. La pelle ti prude.

Il naso appuntito è in tono col tuo umore, il naso appuntito, ha, uno, strano, odore,

Due vecchietti vomitano ai lati della strada e si sentono grassi,

facciamo, una, ronda, evitiamo dibattiti, non cadiamo nella  tentazione di capirli, 

se aguzzi le orecchie puoi sentirli crescere, puoi sentire il grande botto che cancellerà le giustificazioni, 

 qualcuno ti ha stuprato, lo leggo dal giornale, qualcuno ti stupra.

Ho filmato la tua crescita, il mio naso che ti punge, qualcuno ha vomitato, io sono stanco della musica, la mia pelle che ti prude, sono stanco della tua linea, s,t,a,n,c,

sono ateo e

ho smesso di credermi.

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sabato, 12 gennaio 2008

Discarico

Marco Corona.

Dove ho lasciato certi fogli sparsi, gli sprazzi felici del mio crucciare, (sarebbe gentile da parte tua se me li prestassi,) ho comprato uno spazio buono per nasconderli, insieme al resto del mio buonvivere, le strade coperte del mio letame non hanno argomenti di che parlare né hanno buchi dove campare, (allora dimmi) dove hai gettato la mia intenzione, la lieta novella che rende accettabili le cose più brutte, (i libri tristi,) i rumori delle cose che corrono, il vapore acido dell'ultima cremazione, (sapessi quand'è stata l'ultima volta che ho buttato un cattivo pensiero,) e ancora una volta commemoro, ancora una volta poi basta, la puzza del tuo male mi sale alle narici, mi carezza il cervello, (butta anche questo,) come una cartaccia, (nessuno lo raccoglierà) perciò ogni tanto medito di prendere un tram, (con due bagagli,) per una strada che non conosco ancora (piene di rifiuti, come alla televisione), strade piene di rifiuti come alla televisione, e il tuo sapore mi scende sullo stomaco e poi sotto le scarpe, giù fino alla mia ombra (l'ombra scura che cammina a lato dei rifiuti) ed è tutto così naturale, (tutto così naturale) che potrei gettarmi anch'io (insieme ai rifiuti), insieme alle parole, ai fogli sparsi (che non trovo più,), alla mia ombra gettata (tra quelli), a certi sprazzi (felici), ai (luoghi comuni), alle (parole) che mancano,(ai sensi che non servono,) alle intenzioni, alle parentesi (aperte) e mai chiuse), alle dimenticanze che ho lasciato là e che non trovo più. 

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venerdì, 28 dicembre 2007

L'uomo senza valigetta

Manuele Fior.

Da Zero, sono quasi Uno.
Quasi.

Abbassò lo sguardo e non trovò più la valigetta imbottita di esplosivo, se non fosse stato sempre così attento a ogni minimo dettaglio - la bomba nel punto preciso in cui doveva scoppiare, e l'ora esatta e l'esatto venerdì in cui, ecco di certo nessuno poteva dubitare che avesse pianificato tutto in ogni minimo dettaglio - si potrebbe ritenere che sia caduto in un peccato di distrazione, ma di certo non stiamo parlando di un uomo distratto semmai di un umile prestatore d'opera venuto da altri tempi e abituato a metodi antiquati, un impiegatuccio confuso abituato a prestare fede alle commemorazioni e pianificarle in ogni minimo dettaglio - che le feste vanno preparate con tutti gli onori, e così gli attentati, i funerali e i matrimoni e i cambiamenti di clima e le accelerazioni di tempo, le crisi politiche, gli stati di emergenza, le commissioni d'inchiesta, i martirii, i rapimenti e i riscatti, e gli incidenti sul lavoro, gli scioperi generali, gli assassinii politici, i segreti di stato, i funerali di stato vanno preparati con tutti gli onori.

Da Zero sono quasi Uno e quel quasi non mi salva, no che non mi salva, avevo una idea in testa e non sapevo se fosse buona oppure cattiva, ma era un'idea per la quale avrei preso la metropolitana, puoi scommetterci che l'avrei presa e difatti l'ho fatto, ho riempito una valigetta di esplosivo e mi sono attaccato a una sbarra umida della metropolitana e ho ignorato la mia paura e quella degli altri passeggeri in attesa della prossima fermata ma il treno tutt'a un tratto ha preso ad accelerare e non arrivava mai, non si fermava mai, il tempo ha preso a frammentarsi e ho sentito il mio respiro scomparire ma non era proprio scomparso, era solo rallentato, dilatato, come se ogni istante fosse rivissuto due, tre volte, e la mia paura è l'unica cosa che rimane, alla fine, attaccata alle lamiere strappate e ai volti degli altri passeggeri e al mio volto abbassato a guardare una valigetta che non c'è, la mia paura che mi tiene vivo ancora, camuffata sotto questo sorriso di circostanza mentre avrei voluto essere libero.

E l'esplosione quasi non la sentì, non potè dire di sentirla, semplicemente capì che la sua mano non aveva più alcun peso, il suo corpo stagliato sui cartelloni pubblicitari come un paesaggio in negativo, il suo abito stirato come quello degli altri e pulito e lo sguardo che non rivela traccia della sua intenzione - scardinare questo mondo così com'è per far rinascere dalle macerie un tempo nuovo, un nuovo tempo, come se questo fosse possibile dentro un treno della metropolitana, tra questa folla compressa tra gomiti e doveri e ascelle e umori di incubi notturni e la paura che non accenna a rallentare - l'uomo senza la sua valigetta si ritrovò a pensare che non valesse la pena tenere alcuna idea in testa, a parte l'idea della paura che aveva, la paura di altre bombe e altre esplosioni, nell'attimo stesso in cui la bomba esplodeva non si accorse della bomba che esplodeva ma immaginò altre esplosioni e immaginò di fuggire, e di certo sarebbe fuggito, se solo avesse avuto dello spazio verso cui andare e terreno su cui battere i piedi e piedi con i quali correre e -

Da Zero posso partire per arrivare al quasi Uno, il quasi Uno, lungo un percorso di infiniti numeri da immaginare prima che l'esplosione mi colga impreparato, prima che la paura mi renda un numero immaginato da altri prima di me, la bomba ha scatenato la paura, ecco l'unico effetto della bomba, un lungo rumore di fondo che comunica paura e sa farsi ascoltare sotto la musica di un ipod o lungo la linea degli sguardi immersi nella polvere, se avessi le orecchie potrei sentire ancora l'eco di quell'esplosione che ci tiene chiusi in casa e ci fa indossare mascherine e ci fa tenere bassi gli sguardi e ci fa tenere i cani al guinzaglio e ci fa venire voglia di scappare lontano lontano, al di là di questi corpi e di queste immagini che ridono e di queste pareti da scardinare per tornare a vedere qualcosa di buono, aldilà, se mai esiste qualcosa di buono.

Di certo sarebbe fuggito, se avesse potuto. Ma impiegò qualche secondo per accorgersi che non esisteva. 

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sabato, 22 dicembre 2007

La signora laggiù in fondo

Manuele Fior.

Dietro la folla laggiù in fondo si nasconde una signora con un cane immaginario al guinzaglio e lo sguardo spaventato da questo fluire, forse troveresti un po' di stanchezza impigliata sotto le sue ciglia se gli anni non le avessero insegnato così bene a celarla dietro un velo di stupore, e quelle ombre blu che le solcano il viso non le scambieresti per segnali di un trucco affrettato - se solo la vedessi, ma la signora ha imparato negli anni a non dare nell'occhio, scomparire dietro un palo o un filo di vento che filtra dalle finestre lievemente abbassate, e il cane che spesso la spinge in avanti la farebbe cadere sopra il piede di un passante se solo non fosse così pronta a ricomporsi ogni volta, non fare movimenti che turbino i corpi vicini, non svelare la sua presenza.

Ieri o ieri l'altro - non è facile essere precisi dentro un vagone affollato - la signora laggiù in fondo ha imparato a scomparire, l'ha imparato come tutti, un po' alla volta, mettendosi allo specchio e chiudendo gli occhi, l'ha imparato da ragazzina e l'ha affinato con le ore, i giorni e gli anni, fino a quando le persone hanno smesso di guardarla, ma non si è mai abbastanza invisibili dal fluire delle cose, c'è sempre un filo di vergogna quando si entra in un luogo affollato, in una sala d'attesa o in una metropolitana, perché lo sguardo non cede chiudendo le palpebre, ti entra nella pelle come polvere sottile - il giornale ne parlava proprio stamattina, di queste polveri sottili, i resti invisibili che vagano nell'aria dopo la deflagrazione, corpuscoli così leggeri che ti penetrano nella pelle e si mischiano al tuo sangue prima che tu riesca a chiudere gli occhi.

L'ha letto stamattina, che la polvere si spande nell'attimo in cui il proiettile penetra il bersaglio, nell'attimo in cui esplode una bomba o nasce un sistema solare, e cresce intangibile e riempie lo spazio tra i pianeti, e si sparge in mezzo agli aliti e ai rumori della città, nelle file lunghissime degli uomini alla fabbrica o tra i pendolari incastrati in metropolitana, una volta la signora metteva una mascherina sulla bocca per respirare soltanto il suo respiro ma la polvere non si ferma al respiro, si infila tra le sostanze e le modifica - così ora tiene gli occhi bene aperti illudendosi di essere invisibile, osservando le sostanze che mutano a contatto con la polvere, e si chiede se il ragazzo con gli auricolari stia sentendo il rumore della polvere e lo stia cantando, o se la polvere sia così minuscola da dilatare il tempo, al punto che ogni evento si possa ripetere due o tre volte di seguito, come in un racconto differito.

Se così fosse, forse potrebbe evitare che il suo cane immaginario le sfugga ancora dalle mani, che scodinzoli via perdendosi tra la folla fino a quando il treno è destinato a fermarsi, l'attimo preciso in cui la valigetta pesante dell'uomo in piedi finisca schiacciata da quelle mascelle immaginarie - forse la prossima volta, il prossimo venerdì, forse quel giorno la polvere smetterà di diffondersi e lei non avrà più bisogno di essere invisibile, forse allora il silenzio prevarrà sul fluire delle cose ma questa volta c'è soltanto rumore, e sguardi molesti da evitare, e polvere da cui nascondersi per non lasciarsi mutare ancora -, 

allora la signora laggiù in fondo chiude gli occhi, aspetta la deflagrazione

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giovedì, 20 dicembre 2007

Il ragazzo con l'ipod

Manuele Fior.

Devi avere la mente libera, si dice il ragazzo con l'ipod nelle orecchie mentre il rullare del treno si mischia al battito delle batterie elettroniche e il volume sale, la musica diventa più densa, finché ancora una volta entra la voce di lui - una voce tiepida e femminile che ti riporta indietro nel tempo, una voce che una volta avresti confuso con la tua, chiuso in pareti più famigliari di queste non avresti avuto vergogna a sentirla tremare e ti saresti sforzato di sopravanzarla, avresti sentito quella voce salirti lungo i timpani e penetrarti nella testa e l'avresti fatta uscire nel modo più neutro possibile, il più lontano possibile dal tuo timbro, come se fossi posseduto da quella voce, come se in quel momento e da quel momento e per il resto della vita avessi soltanto quella voce da cantare - ma queste persone lo fanno sentire in imbarazzo, quei loro sguardi sfocati ma persistenti, i corpi vicini ma estranei, vorrebbe cantare nel modo più naturale possibile prima di attivare il cervello verso il suo presente imballato ma queste persone lo inibiscono e lo fanno sentire inerme - per questo tiene il pensiero vago verso il niente, si focalizza sui punti di fuga, lascia che il treno lo porti verso qualcosa di solido su cui poggiare lo sguardo.

Il ragazzo con l'ipod nelle orecchie si sforza di tenere la mente libera concentrandosi sulle parole della canzone ma non è facile come dirlo, c'è sempre qualche dettaglio distraente, come una tipa dalla gonna un po' corta che non vuole guardare altrove, oppure un tizio dalla valigetta pesante che rischia di caderti addosso, così finisci per riempirti la mente di cose che non vorresti, cose che non hanno nulla a che fare con l'esame che stai preparando o con la depressione di tua madre o con il fatto che i tuoi amici non si fanno più sentire e sono tutti appassiti, e allora il ragazzo si guarda intorno in cerca di una qualche violenza da esibire, una piccola maleducazione ficcata nella parentesi dei corpi estranei che gli stanno addosso - ecco, se volessi, potresti sfiorare la pelle di ognuno di loro, basterebbe sollevare una mano o un piede oltre la soglia della tua presenza, tenere lo sguardo concentrato su un altro sguardo per il tempo necessario a stabilire un contatto - è così che si realizza la violenza, la voce si alza, il tempo si frammenta. E' così che puoi sentire una minuscola bomba scoppiare, vedere le macerie prima che ti precipitino addosso.

Tra poco scoppierà la bomba e in quel momento il ragazzo muoverà la bocca senza produrre suono, come il rumore di fondo di un big bang. Allora scoprirà di saper cantare la stessa canzone che cantava tempo fa, quando ancora aveva la mente libera, prima che dal niente arrivasse il rumore.

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sabato, 15 dicembre 2007

L'uomo con la valigetta

Manuele Fior.

Dentro la valigetta dell'uomo che sta salendo in metropolitana c'è qualcosa di pesante. Lo si capisce dal modo con cui la guarda e bada a non urtare nessuno. La tiene ben stretta nella mano chiedendosi perchè ha deciso di affidarsi ai mezzi pubblici. Non c'è posto a sedere che sia abbastanza largo da evitargli di entrare a contatto con odori e sguardi estranei, così si attacca alla sbarra umida aspettando la prossima fermata.

Guardandosi attorno, si chiede se il motivo della sua erezione sia quel lembo di pelle che sbuca dalla camicia della ragazza alla sua destra oppure l'offerta natalizia scritta sul cartellone penzolante sopra la sua faccia. Qualcuno sta ridendo, ma è qualcuno stampato sopra una parete. Una risata senza suono che vorrebbe distrarlo dalla stanchezza degli altri passeggeri e dalla sua. Ma non lo distrae abbastanza. C'è sempre quel dettaglio ficcato nella testa a proposito del motivo per il quale si trova qui. E non è importante ricordare che giorno è oggi. Potrebbe essere il dodici dicembre o il tredici o il quattordici dicembre. Quel che conta è che sia venerdì. C'è mercato di venerdì, qui a Milano, in Piazza Fontana.

Il ragazzo seduto alla sua destra tiene l'ipod nel taschino della giacca e a bassa voce trascina vocali che hanno qualcosa di buddista. La signora che gli è seduta accanto attacca a ridere con un'amica dall'altra parte di un auricolare. Sta ciacolando di lavoro e di natale, vacanze passate in albergo e ferie accumulate e Tu cosa regali al tuo moroso. Il vecchio di fronte a lei non riesce a staccare gli occhi dalle sue calze nere. Forse gli ricordano la sua ex cognata o forse è solo preoccupato del suo cancro. Le valigette diventano ogni secondo più pesanti. Le pubblicità sono diventati fogli strappati, e l'uomo con la valigetta nella mano non capisce bene cosa significano. 

Vorrebbe accendersi una sigaretta ma non può, finché resta chiuso qui dentro. Maledice le regole dei mezzi pubblici. Tra poco dovrebbe esserci la sua fermata, però il treno non accenna a rallentare. Anzi, un'improvvisa accelerata sotto i suoi piedi rischia di farlo cadere. Il ragazzo con l'ipod lo guarda senza espressione. Ha smesso di cantare la sua preghiera buddista e dalla bocca traduce il silenzio che sente nelle orecchie. Al di là del finestrino ora si riconoscono la polvere e la nebbia di un'esplosione. Le pareti della metropolitana non ci sono più. Su ogni cartellone strappato si vede l'immagine di un uomo che precipita. La ragazza continua a ridacchiare mentre si sente dire che qualcuno è stato assassinato. Il giornale ne parla, ma è un giornale vecchissimo. Forse parla dello scorso venerdì, o di quello prima.

L'uomo sospira e cerca di non preoccuparsi. Come ogni anno arriva il momento di far saltare la bomba. E' solo questione di pazienza. Se il treno accelera significa che la fermata è ancora lontana. Ma significa anche che la fermata si sta avvicinando.

Il treno accelera, ed è sempre più in ritardo.
L'uomo abbassa lo sguardo e non trova più la sua valigetta.

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domenica, 11 novembre 2007

Oggi è venerdì

Squaz.

Di pagare le rate della macchina. L'affitto del monolocale. Il condono edilizio. Il viaggio in Marocco per quando ci sarà la rivoluzione. I contributi della mia pensione o quella di mio figlio quando sarò morto. Il tasso di cambio euro-dollaro. L'ospedale in Afghanistan per le vittime della mia guerra. Lo stipendio dei politici. La televisione. L'accesso a questo blog con tariffa ridotta e connessione lenta. La clinica per mia madre quando non la sopporterò più. Le droghe. Il divorzio. Il mio posticino sfatto sul treno delle sei e quaranta.

Nessuno si accorse esattamente quando i giornali smisero di dire la verità. All'inizio aveva riguardato soltanto qualche dettaglio di cronaca locale. Il cane finito sotto una macchina forse non era proprio quel cane e la macchina forse in quel momento stava altrove. Forse era spenta. Forse il cane era sopravvissuto. La mattina di domenica undici novembre duemilasette tutti i giornali in prima pagina titolarono Oggi è venerdì e nessuno si accorse della stranezza. La gente fu contenta di andare a lavorare sapendo che la settimana stava per concludersi. Si prospettava un delizioso weekend di shopping settembrino. Le partite si sarebbero giocate regolarmente. I tutori dell'ordine avrebbero garantito i dovuti controlli. Le bombe non sarebbero cadute troppo vicine.

Oggi è venerdì e leggo le notizie della guerra in attesa del treno delle sei e quaranta. Faccio lo stesso lavoro di mio padre e ho la stessa faccia di mio padre quando leggo il giornale la mattina presto. Fa freddo ma le previsioni dicono che il clima migliorerà nei prossimi giorni. I cani poliziotto annusano tra le palle i possessori di musica illegale. Il giornale mi dice di stare tranquillo, che non mi troveranno.

C'è bisogno di più sicurezza e amore. Un pasto caldo per me ogni sera e devo finire di pagare le rate della macchina.

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giovedì, 27 settembre 2007

Sviene

Davide Reviati.

Dottore, c'è questo silenzio che non so dire
Dottore,      questo silenzio che non so dire ed è il
solo che mi può aiutare, quest'oggi in metropolitana ho avuto
                      
             un'erezione, le madri non sanno che dire e in
fondo neanch'io so cosa dire, le madri si lamentano del mio lamentarsi e si lamentano,

perchè non la smette dottore,
perchè non 
                    smette di volermi migliore e lascia che
le cose si accadano da sole, all'altro capo del filo

          mio figlio mi offre dell'acqua da bere e la bevo, posso sentire ancora il sapore del figlio e dell'acqua da bere e delle parole che restano in bocca prima di morire

ed ero sicuro dottore
          sicuro                     che avrei parlato prima

di morire,
   questo silenzio che non so dire 
 mi toglie il fiato dottore,

           direi qualcosa se solo
                  qualcosa
          direi,
 
 dottore ho voglia di un latte tiepido, ho voglia di un
film
    dei simpson, la bocca mi duole nel buio sapore de
lle quattro del mattino ed è parola che sviene, buio sfumato, questo senso che si afferra e si disimpara, non lo voglio imparare

non lo voglio imparare

                       dottore,
non                        imparare
non credo di volerlo imparare.

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categorie: disturbi
sabato, 28 luglio 2007

Parole nere, parole bianche

Arne Bellstorf.

Domanda banale, eppure ti rispondo senza bocca. Sono così silenzioso che il mio respiro è stanco senza sforzo. E dico parole cattive, parole cattive e persino la mia madre ha smesso di ascoltarmi. Parole così nere che al buio non si vedono nemmeno. E dormo senza sognare, senza parlare. E faccio sonni inutili, sogni inutili. Sogni così inutili che potrei smettere di dormire.

Persi la bocca davanti a una finestra, persi la bocca per il troppo ciarlare, una farfalla me la portò via prima che potessi urlare, e dopo di allora non ebbi più la bocca nè motivo, quand'ero più vecchio dicevo solo parole di altri, ripetevo parole di altri, le mie parole diventavano segni e poi cose, afferravo le mie parole come cose e le tenevo a mente, me ne prendevo cura.

Ora che le mie parole fanno male le cancello, ora che sono bambino, dimentico le pagine del mio libro, dimentico la mia voce, e la mia bocca è così inutile che nessuno la vuole rubare. E chiudo la finestra per non rispondere alle tue domande banali. Il mio respiro è diventato bianco e senza sforzo. Le mie parole così bianche che nessuno le sa vedere.  

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Chi sono

Blogger: davizz
Nome: Davizz
Il disegno ci concernerà come una parola decisiva, risveglierà in noi la profonda disposizione che ci ha installato il nostro corpo e con lui nel mondo porterà l'impronta della nostra finitudine, ma così, e proprio per questo, ci condurrà alla sostanza segreta dell'oggetto di cui prima non avevamo che l'involucro. (Merleau Ponty)

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Credits

Il disegno sullo sfondo è opera di Dave McKean.
Le immagini a corredo sono copyright dei rispettivi autori.
Per contattare Davizz: la mia mail.

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