
Armin Barducci.
Dopo pranzo o meglio colazione, gli occhi sanguinanti di una notte troppo corta e hai ragione quando dici che questo tempo è un po' crudele, ci sarebbero progetti più gentili da pensare, questo pranzo che ti fa ingrassare e che ti vien da vomitare, invece sai che questa notte non ti ho dato retta, ho pensato ad altro, sognato un collega con il telefono in mano che parlava di comunicazione, mi parli di fame nel mondo e ti guardo le tette, la fenomenologia delle tue tette è un argomento che mi affascina, ci deve essere un modo comodo per venderle prima che qualcuno te le rubi, il giornale on line mi fa sapere che ha vinto lui allora faccio un bel respiro e mi riprendo la notte per scrivere o per leggere mister no e immaginare nuovi percorsi di fuga da questi sogni così corti, ma sono sicuro che hai ragione tu, questo mondo è una merda o forse non hai digerito. E pure io dovrei - so che dovrei - smettere di fumare.

Frederic Boilet.
Dormendo sulla tua pancia nuda come un veterano ma non è proprio dormire è soprattutto sentire il fragore di un ombelico che non ha mai aperto bocca, vedi ora capisco il motivo come ti confido mentre una mano mi accarezza i capelli ma non è proprio carezza, è solo pelle nuda che si lascia immaginare e che giorno sarà oggi? ti chiederò quando mi accarezzerai e in silenzio mi svelerai il fragore, così dormendo sulla tua pancia nuda capirò il motivo della tua attenzione e scoprirò questo ricordo che non è ancora ricordo, questo bisogno che non so ancora quando, questa immagine di me che ancora dorme sul tuo ombelico ricordando un presente che se ne sarà andato.

Guido Crepax.
Dimentichi la tua carne. Le tue parole le dimentichi. Solo quando hai dimenticato tutto - tutto, puoi inventare corpi nuovi. Svuotati dell'abbraccio, amore è un sentimento anatomico. Dimenticati le parole + prendi il telecomando. Cambia canale finchè non trovi quel che ti piace. Seducilo + buttalo tra i corpi altrui.
La tua carne invecchia + cede - il televisore puzza di sudore. Mi mostri il tuo corpo perfetto + mi chiedi /invecchierò domani?/. Non saprei. Ho imparato a parlare del + e del -. Ho dimenticato il tuo corpo perfetto. Fotografo i volti delle tue parole + li riguardo, quando mi sento solo.

Jim Woodring.
Diventare piatto è il tuo esatto desiderio. Diventare piatto. Corpo a due dimensioni. Un occhio a forma di spirale, un occhio simile a una virgola, il nasino a triangolo, le orecchiette tonde, i dentoni che strisciano luce, le manine serrate. Essere forma che spicca nel buio, perchè no? Corpo piatto in un mondo piatto. Non c'è nulla di meglio, puoi giurarci. Un fiore finto nel giardino della grazia. Nessuno che ti scopra e che ti raccolga, che ti strappi dalla tua terra consolante o ti esploda con promesse inaspettate. Che ti ricordi quando sei nato o nascerai. Dimmi bambino, qualcuno ti ha mai fatto la bua? Non essere bugiardo o ti crescerà il nasino. Nasconditi tra i fiori e le erbacce, tra le rane e i mostri colorati che ingaggiano duelli per il tuo divertimento. Non pensare cattivi pensieri se non vuoi essere scoperto. Non alzare la testa, o il giardino svanirà. Diventa piatto per nutrire la mia pesantezza. Concedimi la grazia della tua innocenza.

Vanna Vinci.
Di recente ho la testa vuota come un guscio vuoto. La primavera mi fa starnutire, ma non è una roba di cui scriverne. La mia stanzetta mi fa starnutire. Il letto penzolante è occupato da qualcun altro, qualcuno che faccio fatica ad ascoltare, e porcolui quante cose c'ho da fare. Frammenti sparsi che fatico a mettere insieme. Catene da spezzare, se ne avessi voglia. Potrei riempire il vuoto con qualche parola altrui ma non mi sembra una buona idea. Torno a casa che è già buio, mangio e vado a letto, mangio e vado a letto, i sogni li lascio a qualcuno che faccio fatica ad ascoltare. Per me va bene tutto, mi dice. Va bene qualunque posto anche i nostri posti. La macchina si nasconde tra gli alberi e occhio ai buchi, occhio alle cunette pericolose, occhio ai respiri che smettono di starnutire. Ok, dico io, ma non perdiamo tempo a discuterne. Non c'è niente di importante in questa nostra primavera. Niente che valga la pena di raccontare.
Francesca Quatraro.
Il giorno in cui mi innamorai della mia penna biro c'era una luna così vuota in cielo, una ferita così profonda su quel sipario nero che pareva che tutto l'inchiostro del mondo fosse stato versato per risaltare quello spicchio di luce.
Me ne stavo seduto come al solito a fare niente, cioè a riflettere sui mali del mondo cioè a fingermi artista incompreso con il blocco degli appunti poggiato sul ginocchio in attesa di una aspra ispirazione quand'ecco che il riflesso della luna galeotta mi accende l'entusiasmo per quell'oggettino umile e prezioso che tengo tra le dita.
Così mi fermo ad osservare la delicata struttura della punta fine, indugio sulla liscia sagomatura del tappo nero, mi rifletto su quel corpo trasparente da cui emana la bruna anima d'inchiostro, e traccio linee sulla carta per avere conferma della sua esistenza che nel contempo mi inquieta e mi emoziona.
Sono tutto un batticuore a ogni suo tocco. Ammiro la sua eleganza e la sua triste docilità. Le scrivo lettere d'amore appassionate, usando la sua anima per dar voce alla mia. E capisco la meraviglia e la paura di innamorarsi di parole estranee. Così mi scrive, in una lettera:
"Non devi avere paura. Prenditi il mio bacio. Non è che una parola che significa bacio. La luce che filtra da quella ferita nel cielo, lo sai da dove viene? Forse viene dal mondo dove tutte le nostre speranze si sono realizzate. Forse laggiù non avrei bisogno di parole per baciarti, o per volerti bene."
Fu così che, in quel mondo oltre la luna, mi lasciai innamorare dalla mia dolce penna biro.
Verrà il giorno in cui le sue parole smetteranno di significare amore e la sua anima si esaurirà nel raccontare la mia. Quel giorno raccoglierò le sue spoglie e le getterò nel cestino. Poi, senza indugi, mi getterò incontro a nuove ferite nel cielo notturno. Contemplerò la luce oltre la luna e vi cercherò nuove parole d'amore, nuovi mondi impossibili in attesa del prossimo risveglio.

Fabrice Neaud.
Deja vu. Sai quando fissi un punto e ti ricordi di averlo fissato. E ti dici: io questo respiro l'ho già respirato. Un tale barbuto ti chiede una sigaretta e ti accorgi che è tale e quale a te. Gli rispondi che No, non fumo, mi dispiace. Saran tre anni che non tocchi una sigaretta. Solo l'odore, ti mette appetito. Entri in un bar. Un caffè e un cornetto alla crema. Se non le spiace ho i ticket restoràn. Quella tipa seduta al tavolo in fianco al bancone. Sei certo di averla già vista ma dove? Forse al lavoro, o all'università. Forse per qualche minuto è stata la tua migliore amica. Questo cornetto squisito. Sorseggi il tuo caffè mentre la tipa ti fissa un po' sorpresa poi ti fa un cenno, ti saluta. Sarebbe bene fingere interesse. Come stai? ti chiede con lo stesso sorriso di qualche anno fa, lo stesso sguardo alla deriva che ti faceva male ogni volta che. Accenni una risposta chiamandola per nome. Ti accomodi di fronte a lei, col caffè in mano che si sta a freddare. Ti racconta dell'esame che non riesce a passare, il professore innamorato, la tesi da finire, quel lavoro che rischia di portarla via. Ti dimentichi del caffè e degli impegni da sbrigare. E quando ti domanda Cosa fai ora? le racconti degli anni trascorsi dopo che vi siete lasciati, le piccole storie dopo di te, la laurea il lavoro che non mi piace i primi quattrini guadagnati i colleghi simpatici e orrendi, e mentre parlo mi accorgo che la mia voce sta cambiando, pare più tenue più impaurita, e capisco che le cose che racconto non mi riguardano. Forse nemmeno tu mi riconosci. Afferri il cellulare prendi la tua roba mi dici Ora devo andare, mi chiami con il nome di un altro. Usciamo dal bar scambiandoci larghi sorrisi. Mi chiedi una sigaretta. Te la offro volentieri.

Kent Williams.
Disteso sul letto ad annusare l'odore della coperta color crema e lei sdraiata in fianco a me che forse dorme... osservo la linea bianca del suo corpo e il suo respiro lento misto al mio veloce come ho fatto ieri e ieri l'altro e l'altro ancora... Ieri dormiva nella stessa posizione e la sua nuca era la stessa, la pelle gialla e l'odore della luce che filtra pungente dalla crepa nella finestra... solo quel piccolo foruncolo rossastro dietro il collo le dava un senso di imperfezione... ma forse questa sera siamo tutti un po' più stanchi e più indifesi... è bello reincontrare vecchi amici dopo tanto tempo... e come sei cambiato, ma pure lei, mi sembra un'altra... e non preoccupatevi se mastica lentamente e ride di continuo e avanza tutta quella roba dentro il piatto... non è che non apprezzi, è solo un po' distratta... e cosa importa se scappa alla toilette a ficcarsi due dita in gola con la scusa di incipriarsi il naso... mi piace che non si accontenti, per questo non le do soddisfazione... e oggi è come ieri e come l'altro ancora... Domani mattina gioirò della sua forma perfetta, l'ambizione vorace del mio oggetto d'amore. Poi, forse, la lascerò...

Igort.
Di tutto ho paura. Mi fa paura guidare e camminare. Mi fa paura volare o prendere l'ascensore. Mi fa paura il mio odore quando ho paura. Mi fa paura la pioggia bagnata sulla carrozzeria. Mi fa paura una macchina davanti alla mia. Mi fa paura quel coniglio bianco che sto per ammazzare. Mi fanno paura Bin Laden e Bush al telegiornale.
Mi fa paura il traffico del sabato al centro commerciale. Quel desiderio facile da realizzare. Ogni respiro strappato al mio pacchetto di pallmale. La mia faccia al mattino che di giorno resta uguale. Le gentilezze delle persone gentili,
che non capisco il motivo. Mi fa paura scoprirmi vivo. Mi fa paura la mia fortuna, per non parlare della sfiga. Mi fa paura mettermi in riga. La nebbia cialtrona di voghera, la luce vicina di questa sera.
Mi fa paura quando mi sento bene. Quando non ho paura di niente. E le scemate che scrivo e che sento. Mi fa paura il mio divertimento.