Neko.
Devi sapere - se non lo sai te lo dico ora - che quando arrivo alla stazione la mattina presto, con la nebbia che mi accarezza gli occhi di bianco, un burroso spazio bianco riempito di una coltre di nebbia, la nebbia che abbraccia i palazzi e la ferrovia e le facce delle persone, e lecca le automobili lasciate a seccare dentro gli autoporti e l'erba bianchiccia che brilla ai lati dei binari, e guardo questo spazio svuotato come una fotografia sfocata, con i bordi di carta ancora umidi, con la faccia ancora intorpidita dal sonno e dal gelo che ti penetra le ossa senza discrezione, i capelli pastrugnati tirati su con la mano bagnata dal rubinetto, gli occhi ispessiti da un sogno al quale ancora penso, pur non ricordandolo più, e ancora in questo spazio bloccato, in questi minuti non del tutto collocati, dentro il flusso delle cose da fare, ecco in questi istanti talvolta mi capita di scomparire.
(Scrive: mi capita di scomparire. e guarda la carta quadrettata riempita di segni neri, punti e linee arrotondate che a stento riesce a riconoscere, adesso, e dopo averlo scritto chiude il quaderno come se l'avesse dimenticato, e a quel punto gli capita di scomparire - poco fa aveva scritto: mi capita di scomparire - e con un gesto del tutto innocuo guarda i volti delle persone e scopre che certi volti sono fatti di segni che a stento riesce a riconoscere, non c'è bisogno di scriverlo, i nasi gli sembrano delle piccole f - efffffe - scritte sopra una lavagna, le bocche come a - aaaa - di spavento o di rassegnazione, gli occhi sono o - ooooooo - sbigottite che vorrebbe cancellare - talvolta gli piacerebbe cancellarle, come quei segni che non stanno bene, come certe frasi che potrebbero non starci, per lui, e sarebbe lo stesso, alla fine)
Scrive: alla fine) e si sente d'improvviso sollevato, come se avesse fatto il suo dovere, riempito lo spazio che va riempito, i segni collocati nel giusto ordine, i punti e le virgole già sistemati, le regole rispettate, e quelle idee confuse che teneva addosso - quelle sensazioni non focalizzate che gli provocavano fastidio e un'ansiosa urgenza di espressione, come quando hai una parola sulla punta della lingua ma scopri di non conoscerla proprio quando ti servirebbe - ora l'hanno lasciato svuotato, solo con se stesso, e il ritmo che teneva nella testa è diventato silenzio, è diventato .
Scrive: segno e lo cancella, come se non esistesse, come se fosse qualcosa che scompare quando chiudi gli occhi, che si può dimenticare come si dimentica una brutta poesia o il volto di uno sconosciuto, che si può salutare con un gesto della mano o una lettera d'addio sulla quale scrivere soltanto: Scusami.
Scusami.

Charles Vess.
Due ottobre si svegliò e suo padre è ancora vivo, il suo cane è ancora vivo, la mamma ha fatto la minestra ma a lui non piace la minestra, è come mangiar niente, non si spiega perché debba mangiare la minestra anche il giorno del suo compleanno, le tapparelle sono abbassate per tenere il freddo fuori dalla giornata ma il freddo entra lo stesso nella giornata, si intrufola tra le piastrelle del bagno mentre ti lavi i denti, a lui piace lavarsi i denti per bene, con tutta calma, prima in basso poi in alto, accende la stufetta prima di entrare in bagno e la lascia accesa per scaldare l'aria e lavandosi i denti pensa alle piccole cose che lo riguardano, pensa a quello che aveva detto ieri o ieri l'altro, oppure si ricorda di qualche sogno che aveva fatto durante la notte, una notte qualsiasi dopo il giorno, per esempio le nuvole, certe nuvole gommose su cui aveva poggiato la testa prima di andare da qualche parte, forse era un sogno d'astronauta, o da palombaro, da piccolo voleva fare l'astronauta o il palombaro o il taxista, o forse si era rivisto da vecchio, aveva rivisto il suo cane morto, aveva mangiato la minestra il giorno del suo compleanno.

Daniel Clowes.
Da dieci giorni - cavoli, già dieci giorni! - non mi sono fatto sentire ed è stato fastidioso constatare che non se n'è accorto nessuno. La mia proverbiale fiducia nell'umanità ha subìto un tracollo. Avrei potuto esser morto, sapete? Avrei potuto essere colpito da un fulmine sotto lo stratempo di questo maggio assai piovigginoso, e invece no. Vi comunico che avete fatto bene a non preoccuparvi. E' che - sì, non posso fare a meno di dirvelo - sono stato nel futuro. Un giorno sul mio solito treno da pendolare spento pensavo ai miei soliti pensieri erotici mattutini quando - toh!- mi sono risvegliato dieci anni avanti. Dirò di più, anche dodici. E - sapete, se non lo sapete ve lo dico io - tra dodici anni, la vita è tutta un'altra cosa. Il mondo è una enorme palla coperta d'acqua putrida e nessuno si lava più di una volta al mese. Tutti i giovani operosi lavorano, ma lavorano solo sulla luna, ché sulla terra non han proprio un niente da fare. E tutti - a parte, forse, certi preti e certi calciatori - hanno tra le gambe una macchinetta grande come un cazzetto, o come un cellulare, che è in grado di proiettare nella testa della gente migliaia di immagini al secondo. In realtà - ovvio - è tutto un trucchetto delle grandi multinazionali per introdurre nei cervelli del popolo bue tonnellate di pubblicità subliminale a costo zero. Il buffo è che il popolo bue è ben consapevole dell'imbroglio ma gliene importa una sega. Mica ha tutti i torti, il popolo bue. Anch'io ho provato la magica macchinetta e devo ammettere che ha avuto effetti miracolosi sul mio umore. Nei pochi secondi in cui me la sono tenuta addosso ho vissuto migliaia di vite differenti, sono nato migliaia di volte e mi sono innamorato di milioni di meravigliose donne immaginarie. Talvolta mi sono sposato, talvolta ho convissuto, talvolta non ho pagato le tasse e talvolta persino l'ho fatto. Sempre, alla fine, sono morto - ma una morte multipla mi pare un prezzo ragionevole per cotanto futuristico divertimento. Quando mi sono risvegliato stavo sul solito treno da pendolare spento, erano le nove del mattino e - cavoli! - erano già passati dieci giorni.
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David B.
Doveva essere una gran bella giornata. Le mie caviglie erano abbastanza forti e avevo spedito a tutti i miei auguri migliori. Mancava solo la musica adatta ma occorreva una musica tenue. Una musica così tenue che non esiste al mondo musica tanto tenue. Un suono molto simile al silenzio, o forse meno. Una musica che fosse meno che silenzio. Sapevo che, dentro quella musica, avrei trovato le mie motivazioni. Uscire in una gran bella giornata e marciare insieme agli altri vivi. Un passo dopo un passo dopo un altro passo. Urlare qualche slogan irripetibile, qualche parola vera. Alzare le braccia al cielo e scoprire che va tutto bene. La strada è faticosa ma va tutto bene. Se stiamo uniti e qui, se camminiamo insieme. Va tutto meravigliosamente bene...
Jacopo Vecchio.
Da bambino giocavo alla guerra. Indossavo l'elmetto e prendevo il fucile. Andavo nel bosco a uccidere i miei vicini di casa. Mi nascondevo tra l'erba alta per assaltare il forte e annusavo l'odore dell'attesa tra un attacco e l'altro. D'inverno il freddo mi pizzicava le mani, d'estate il sole mi bruciava la faccia. Nel cielo di carta azzurra e cenere i corvi disegnavano alfabeti che non sapevo comprendere. A volte scendevano in picchiata contro i miei occhi a strapparmi la faccia di tutti i giorni. Quel pomeriggio venne anche Nicole - le grandi tette di Nicole sotto il maglione blu. I corvi si nascondevano tra gli alberi a mangiarsi il mio imbarazzo voglioso. E c'era questo silenzio nelle cose, nel mio respiro calmo, che si faceva sopportare. Avrei potuto sopportarlo per sempre.

Gianluca Costantini.
Dietro il fumo c'è una curva e non la vedo, proprio là dietro il fumo e oltre il vetro, una curva stretta non segnalata che dà su un dirupo alto un metro sopra un campo di terra dura che ha visto tante macchine finirci dentro, lamiere rotolanti e sirene di ambulanze e cestini di fiori per i più distratti ma la vedrei quella curva maledetta se solo non abbassassi gli occhi come uno scemo, se restassi concentrato sulla strada e sulla curva nascosta dietro il fumo invece di badare alla cenere di sigaretta che mi è appena caduta addosso.
Abbasso gli occhi ma giusto per un attimo, il tempo di guardare dov'è caduta la cenere e staccare la mano dalla leva del cambio per levarmi la cenere di dosso e imprecare a bassa voce contro la sorte cattiva che me l'ha fatta cadere sulla camicia proprio mentre quella curva maledetta sta sbucando dietro il fumo che respiro.
Mi viene la vertigine volando oltre il fumo e oltre il vetro, sopra il campo di terra dura e le nuvole basse fino a un angelo pallido che mi accoglie col suo sorriso pallido.
E l'angelo pallido mi dice:
Per di qua, scemo.
Ed io lo seguo senza spiccicar parola fino alle porte del paradiso.
Io non credo negli angeli pallidi ma una volta sono stato vicino a incontrarne uno. Non credo neanche al paradiso però è così che vorrei che fosse, pieno di luci e cattedrali e scarabocchi messi insieme, tanti colori pasticciati che non avevo mai visto nè creduto. Forse neanche l'angelo pallido crede al paradiso ma quella volta mi ha fissato come se volesse convincermi. Nei suoi occhi mi sono visto ritratto all'incontrario, e non so se in quel momento ho riso più io o più lui.

Chris Ware.
Da vecchio disumano contorto, le mani avvolte dalla carne sottile, amava talvolta rifugiarsi all'ombra del suo giardino cubico e fingere di annusare l'odore dei fiori di plastica che si spandeva aspro nel mare della disperazione
allora, con abbastanza fantasia, avresti potuto cogliere una breve scintilla balenare dal suo cuore avido, un desiderio antico di parole che sgorgava tra il sole sopra la sua testa e l'ombra sotto le sue scarpe, così muta a volte, così profonda, che dava vertigine
[E immaginavo il mio passato chiuso tra le parole, sempre le stesse parole da vivere e appuntare per quando sarò vecchio, e mi vergognavo delle mie lagnanze, quelle inutili riunioni, quegli urgenti obiettivi, mi vergognavo e mi lagnavo, mi lagnavo di vergognarmi]
l'avresti visto contorcersi o forse cantare, l'avresti trovato nudo sotto le sue scarpe a trascinare fantasmi perfetti e luci mai viste, l'avresti indovinato morire nel sole e ridendo cadere senza più scopo oltre a quella caduta, senza desiderio più alto che toccare un'ultima volta l'ombra profonda del suo nadir.
Winsor McCay.
Diceva mio nonno la vita è una ruota, la vita è tutto un saliscendi di sfiga e fortuna, sfiga e fortuna, sfiga e fortuna. Cadendo ti rialzi e poi ricadi di nuovo, è un moto continuo. La vita a un certo punto non smette di girare come le balle che ti girano quando non vinci alla lotteria di capodanno o come la ruota di una mietitrebbia che raccoglie il grano e gli dà una forma comoda per farlo sembrare facile da portare a spasso. La vita ti trascina via, ti taglia le vene ai polsi, ti rende cattivo a volte a volte stupido, ti fa fare errori banali mentre sei impegnato a costruire motori perfetti su cui far girare la macchina ma la macchina non smette di girare, e così la vita. Non smette mai la vita di buttarti le sue ortiche tra le ruote mentre scali una montagna o scendi da un bricco in picchiata senza i freni buoni per tenerti il fiato e in un istante senti le ruote che s'inceppano, l'asfalto che traballa, e quell'istante potrebbe essere eterno e tu comunque sentiresti la medesima impotenza che senti ora mentre stai cadendo sei caduto.
Mio nonno lo diceva sempre che la vita è una ruota, lo diceva mentre si sposava con mia nonna e mentre gelava il fiato nella neve di russia, mentre tornava al suo paese magro e affamato o dettava all'anagrafe il nome di sua figlia mia madre, Anna e Maria scritti staccati, come sfiga e fortuna, staccati. Lo ripeteva tutto il giorno mentre lavorava il campo, mentre tagliava il grano con la falce e l'uva col coltello o mentre raccoglieva la legna per il camino nei lunghi inverni d'oltrepo' che a volte pareva che tutta la nebbia del mondo fosse fatta solo per quel posto e per quel momento, tutto il fumo che la terra poteva soffiare sopra il campo nebbioso dove mia madre bambina cresceva, dove mio nonno di striscio osservava il suo corpo bambino diventare di donna e il sangue scendere marcio dalle sue gambe di donna finchè un giorno non scendere più, e di colpo scoprire i suoi diciott'anni ingrossati i suoi fianchi segnati da quell'innocente peccato mortale che è mio fratello. E sputare parole cattive contro di lei non più bambina e contro sua madre e contro tutti i peccati, e contro mio padre, non più bambino anche lui, che tratteneva i pugni e non fiatava, perchè la vita è una ruota e tutto prima o poi deve tornare.
La vita è una ruota mi ripeteva sempre mio nonno, che a sessant'anni mi portava in bicicletta su per la salita della madonna del monte a vedere la nebbia. Lassù mi raccontava della russia e della nonna, di sua figlia Anna Maria e di mia madre Anna Maria. Sfiga e fortuna sfiga e fortuna sfiga e fortuna. E quando la nebbia si diradava e scendevamo in picchiata giù per le discese sterrate e il mio cuore batteva sicuro, solo allora io ridevo come il bambino che ero. E quella volta ricordo che non potei andare, non ricordo il motivo, forse avevo i compiti per la scuola o forse qualche nuovo amico con cui giocare, ricordo solo che non potevo andare a vedere la nebbia con mio nonno e allora mio nonno ci andò da solo quella volta. Salì in bicicletta su per la Madonna del Monte e da lassù guardò la nebbia con i suoi soli occhi e forse quella nuova solitudine lo aiutò a parlare di sfiga e di fortuna, forse le sue parole si fecero così leggere che il tempo scivolò via senza dolori, sicchè quando si accorse dell'ora che si era fatta aveva così fretta di tornare che non badò ai freni, non badò alle ortiche che s'infilavano nelle ruote della bicicletta. Perse l'equilibrio e si schiantò di faccia contro i sassi della carreggiata.

Lorenzo Mattotti.
Da domani vedrai le cose all'incontrario, tutto il mondo di qua si sposterà di là, la mano destra diventerà sinistra e avrai paura di ogni certezza, amerai ogni dolore, regalerai ogni tuo debito e volerai dentro l'acqua, nuoterai sopra i sassi, ti scioglierai per il freddo, scivolerai sulla salita, ti getterai contro le nuvole, perdonerai le tue ombre...