domenica, 20 aprile 2008

Motore spento

Penelope Dullaghan.

Dovrei parlarti dei paesi in cui sono stato. Per giustificare la mia assenza. La svogliatezza non basta, non è una scusa accettabile. Dovrei farti capire che ne è valsa la pena. Raccontarti della mia stanza e degli altri posti in cui sono stato. Portarti le fotografie con i volti sorridenti. Da quasi trent'anni vivo dentro questa stanza verde. L'ho riempita di cose di caos, l'ho ripulita e riempita di nuovo. Di nuvole e caos. E di musica e di silenzio. Ogni volta che cambiavo spazio mi sentivo timido e imbarazzato. Il paese dove sono nato aveva l'asilo e le scuole elementari. La maestra mi faceva scrivere le lettere dell'alfabeto sulla lavagna con il gessetto. Mi faceva disegnare con i pastelli colorati la mia casa con il giardino e la spazzatura dietro l'albero verde pieno di frutti rossi. Il paese di fianco al mio aveva le scuole medie e facce delinquenti. Quando ho dovuto trasferirmi di là mi sembrava distantissimo. All'inizio il viaggio era lungo e noioso. Poi il tempo è diventato più stretto e i pensieri si sono dilatati. A volte i ritmi mi hanno aiutato a sopportare l'ansia, certe altre mi sono trovato nella testa solo un enorme silenzio. E ho imparato la lingua del paese di là, e spesso l'ho usata per dire sciocchezze agli abitanti del paese di là. E' da quando sono nato che imparo le lingue dei paesi in cui lavoro, in cui amo o imparo a vivere. Ora sto imparando una lingua che non suona bene. E' una lingua che non amo ma mi permette di vivere. Mi entra nella testa giorno e notte e non importa se non suona bene. Sto imparando a parlare questa lingua e talvolta riesco pure a dire qualche cosa di giusto, invece di ascoltarla solamente. Il resto delle parole, i suoni delle mie lingue passate, sono chiusi in qualche luogo fuori dal mio tempo. E c'è qualcuno che ancora si aspetta qualche sciocchezza nella mia vecchia lingua. Ormai non ricordo più quelle parole, temo che direi cose senza senso. Suoni incomprensibili. A volte mi sembra di non essermi mai mosso da qua. A diciott'anni sono salito in automobile ma non ho osato muovermi, né accendere il motore. Sono rimasto chiuso in macchina con il motore spento per anni.

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sabato, 08 dicembre 2007

Tempo determinato

Ashley Wood.

Di mestiere faccio niente, lo colleziono, lo carico dentro questo niente, ho firmato il contratto da poco e oggi lavoro, domani non lavoro, dopodomani non so.

Il mio contratto dice: accertati di sbagliare il meno possibile, accertati di non sparlare dei presenti.

Oggi sono a casa e ho dormito fino a tardi, il sole mi suggerisce di lavare la macchina ma non ne ho voglia, preferisco passeggiare tra le rovine e sentire il dolore delle mie scarpe strette, preferisco non sapere che ora è oggi, che giorno è oggi, preferisco non guardare l'orologio, da molti anni non porto l'orologio, per natale i miei colleghi mi regaleranno un orologio.

I miei colleghi sono tutti brave persone, non parlano mai male dei presenti, si fanno i regali per il compleanno e per il natale.

Mi hanno detto che per natale devo comprare i regali per i miei colleghi ma io non so cosa regalare, non è previsto nel contratto, dovrei essere presente quando ci scambiamo i regali, non vorrei parlassero male del mio regalo o di me.

Sapete, ho firmato il contratto da poco.

Il mio contratto dice: non fare niente di compromettente, non dire niente che potrebbe danneggiarti.  

Domani non lavoro, dopodomani non so.

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categorie: debiti
sabato, 08 settembre 2007

Superficie

Anke Feuchtenberger.

Decide di prendersi un anno di pausa e smette di scrivere e smette di pensare, già la sua voce ha smesso di cantare la forma delle sue maledizioni, è diventata seria ed esitante, un deposito di esitazioni e di doveri da rispettare, e si piega alla prossima giornata e si spiega senza essere sincero, questo mio racconto è un ritmo da ascoltare come un principiante, un invito alla prossima festicciola da evitare senza scuse o timidezze

E le sue frasi lo perseguitano prima di andare a dormire, il suo ritmo quotidiano, la sua ombra bianchiccia lo aspetta nuda sotto le coperte, ha già compiuto diciott'anni e sta spegnendo la luce e sta aspettando un bacio salato prima di addormentarsi

ed il suo anno passato gli pare un racconto improvvisato, qualcuno lo guarda con fiducia buddista ma è tutto un racconto di superficie, un modo come un altro per diventare severo, e qual è il senso di diventare severo, qual è il senso di diventare, qual è il senso

Ci vuole poco per tornare ad avere paura.

un giorno il suo amico buon diavolo lo prese in un angolo e gli disse: non importa cosa penserai di me. Non difendere il mio nome, quando me ne sarò andato.

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sabato, 24 marzo 2007

La danza delle onde

Katsushira Hokusai.

Dolce A.,
mi chiedi che fine ho fatto ma non c'è mai fine in quel che faccio, mi sono imbarcato su questo vascello senza direzione e non ho avuto ancora il tempo di cominciare. Mi hanno scelto perchè so fare bene i nodi infatti non faccio altro che nodi, annodo le vele agli alberi e gli alberi alla nave, la nave al mare. Di certo qui non sono l'unico che sa annodare ma gli altri hanno impegni più urgenti a cui badare, devono tenere la rotta e osservare il mare e schivare le onde più cattive per tenerci tutti al sicuro. Così il mio mondo è fatto di tutti i nodi che faccio e che dimentico, il mio mondo è questa nave e queste facce che mi ordinano di annodare, è questo mare che si fa temere. Forse è un mondo piccolo rispetto al tuo ma ci si sta bene, perchè il mare è profondo e superficie, specchio increspato su cui sfregare gli occhi. Ce ne vogliono di nodi per trovarlo banale. Dolce A., mi dici che sono inaffidabile e distratto, ma quando ascolto le onde carezzarmi il petto le mie mani tremano e il cuore si accoccola al ritmo delle onde. A volte mi prende la nausea a volte vorrei scappare, però quando le onde son così alte che non si vede orizzonte, quando la nave trapassa il muro d'acqua e ne esce dall'altra parte, così pulita e intatta, così impettita, sento una gioia tanto folle che non si può dire. E la terra diventa un'ombra insensata, la tua casa una fotografia sbiadita. Dolce A., non biasimarmi per la tua infelicità. Non è che un filo che hai scordato di annodare. Io non ho paura del mio mare. Io danzo, felice, con le onde.

Tuo,   

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sabato, 03 marzo 2007

Il taccuino delle occasioni perdute

Peter Kuper.

Disobbedisci alla tua natura. è sfiancante sfuggire alla realtà. Ora hai bisogno di ritrovare un po' di sanità. Dopo la trentasettesima occasione perduta, ti sei dato l'abitudine di segnarti su un taccuino le cose urgenti da fare.

Domani non alzare la voce.
Domani non sognare nulla.
Ricordati di pagare le tasse. Svegliati presto e fai una colazione abbondante. Non lamentarti. Non preoccuparti fino a che qualcuno non ti chiede di preoccuparti.


Nella vita bisogna saper cogliere le occasioni. perciò porti il taccuino nella tasca della giacca. Guardi il mondo con occhi obliqui. i rumori convincenti. le promesse di vita migliore. Sono segni gradevoli che tutti possono capire. A volte riesci a leggerli con convinzione, ma in genere sei distratto e poco propositivo. Apri di nuovo il taccuino.

La prossima settimana devi essere felice.

La tua scrittura è illeggibile per quelli là fuori. Sono tutti così sani là fuori. i loro destini già scritti sopra i muri del mondo. Il tuo invece lo scarabocchi sopra il tuo taccuino tascabile. Lo apri ogni volta che non ti ricordi come ti chiami e di che segno sei. cosa occorre fare per essere felice, o per sembrarlo.

Non piangere.
Non ridere.
Non essere arrogante.
Non fare il bambino.
Non sembrare più vecchio di quello che sei.

Ecco. alla fine dei conti. Anche la felicità. è una questione di metodo.

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giovedì, 22 febbraio 2007

Pianisti monchi

James Kochalka.

Difficile essere prudenti, infatti arrivo sempre tardi. Sapete, lavoro nella pubblicità. Invado spazi liberi con qualche messaggio suadente. Non c'è niente che non abbia prezzo a questo mondo. A me mi pagano per calcolare il valore delle parole. Marchi registrati come amore, sesso, verdura, emozione, commozione, droga, devolution e blablabla. Un sacco di parole preziose. Solo le bestemmie paiono scarsamente performanti, al momento. Magari tra qualche tempo, chi sa. A volte mi vergogno, a volte questa vergogna mi piace. Scrivo canzoni mute per pianisti monchi. Scrivo su un moleskine regalatomi da un tale che mi deve dei soldi. Scrivo poco, al momento, scusate. E' che il tempo è denaro. Non ho tempo nemmeno per badare alla caduta del governo o a quella dei miei capelli. Cammino, mi muovo. Non sto mai fermo, anche se arrivo sempre tardi. Il mio oroscopo dice che ieri sono morto.

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mercoledì, 31 gennaio 2007

La mia dolce introspezione

Quino.

Dice quel pazzo del mio psicanalista, dice: sei superficiale, emotivo, poco introspettivo. Ti affidi alle emozioni, gli dai sempre ragione e quelle per risposta ti scappano dalle mani. Questa è buona. E io che mi credevo così profondo. Tutte quelle parole che mi tappezzano la stanza e manco una che mi faccia un sorriso, ma che importa. Sto bene con me stesso quando non mi do retta. A volte sono tanto profondo che perdo tutto dalle mani. Le monete che metto in saccoccia, chi le ritrova più? 

Appunto, dice quello, è lì che ti sbagli. Datti un tono, davizz. Parla con l'Altro, non trattarlo da scemo che l'altro sei tu, eccetera.

Allora divento scemo, mi guardo le spalle. Mi introspettisco. Mi sveglio presto la mattina e mi introspettisco. Assonnato faccio la pipì e sono già tutto introspettito. Vado alla stazione e quasi non mi accorgo che il treno parte, tanto sto comodo nella mia introspezione.

Ora mi sento molto meglio. Lavorare mi è molto più facile. Mi compiaccio del non aver niente da dire e le monete non le perdo più. A volte perdo il treno, ma questo è il minimo prezzo da pagare per diventare introspettivo.

Giusto?

schizzato da: davizz alle ore 22:57 | link | commenti (11)
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domenica, 07 gennaio 2007

Domenica e dio

Andrea Pazienza.

Domenica dedicata a dio il tuo unico dio. Ti svegli all'una e sei già stanco. L'ozio ti affatica, ti preme gli occhi, ti toglie la voglia di parlare. Allora chiudi gli occhi, fumi. Non parli.

Due ore di fronte allo specchio a fissare quel tale che ti guarda. Cazzo vuoi, vecchio idiota. Ma come sei vestito. Ora ti vesti, ti lavi la faccia. Fai il bravo vecchio che lunedì si torna a lavorare.

Hai sognato di nuotare dentro il tuo bicchiere. Le mani al sapore di tequila bum bum. E poi vodka gin lemon gin fizz. Una pinta di guinness. Un negroni. Due cuba. Una caipirina.
 
Dietro lo specchio c'è un'ombra che è tale e quale a dio. L'hai intravisto tra le pieghe delle piastrelle. Ha la faccia di uno che sa tante cose, ma non vuole dirle a nessuno.

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Chi sono

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Nome: Davizz
Il disegno ci concernerà come una parola decisiva, risveglierà in noi la profonda disposizione che ci ha installato il nostro corpo e con lui nel mondo porterà l'impronta della nostra finitudine, ma così, e proprio per questo, ci condurrà alla sostanza segreta dell'oggetto di cui prima non avevamo che l'involucro. (Merleau Ponty)

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Credits

Il disegno sullo sfondo è opera di Dave McKean.
Le immagini a corredo sono copyright dei rispettivi autori.
Per contattare Davizz: la mia mail.

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