
Manuele Fior.
Da Zero, sono quasi Uno.
Quasi.
Abbassò lo sguardo e non trovò più la valigetta imbottita di esplosivo, se non fosse stato sempre così attento a ogni minimo dettaglio - la bomba nel punto preciso in cui doveva scoppiare, e l'ora esatta e l'esatto venerdì in cui, ecco di certo nessuno poteva dubitare che avesse pianificato tutto in ogni minimo dettaglio - si potrebbe ritenere che sia caduto in un peccato di distrazione, ma di certo non stiamo parlando di un uomo distratto semmai di un umile prestatore d'opera venuto da altri tempi e abituato a metodi antiquati, un impiegatuccio confuso abituato a prestare fede alle commemorazioni e pianificarle in ogni minimo dettaglio - che le feste vanno preparate con tutti gli onori, e così gli attentati, i funerali e i matrimoni e i cambiamenti di clima e le accelerazioni di tempo, le crisi politiche, gli stati di emergenza, le commissioni d'inchiesta, i martirii, i rapimenti e i riscatti, e gli incidenti sul lavoro, gli scioperi generali, gli assassinii politici, i segreti di stato, i funerali di stato vanno preparati con tutti gli onori.
Da Zero sono quasi Uno e quel quasi non mi salva, no che non mi salva, avevo una idea in testa e non sapevo se fosse buona oppure cattiva, ma era un'idea per la quale avrei preso la metropolitana, puoi scommetterci che l'avrei presa e difatti l'ho fatto, ho riempito una valigetta di esplosivo e mi sono attaccato a una sbarra umida della metropolitana e ho ignorato la mia paura e quella degli altri passeggeri in attesa della prossima fermata ma il treno tutt'a un tratto ha preso ad accelerare e non arrivava mai, non si fermava mai, il tempo ha preso a frammentarsi e ho sentito il mio respiro scomparire ma non era proprio scomparso, era solo rallentato, dilatato, come se ogni istante fosse rivissuto due, tre volte, e la mia paura è l'unica cosa che rimane, alla fine, attaccata alle lamiere strappate e ai volti degli altri passeggeri e al mio volto abbassato a guardare una valigetta che non c'è, la mia paura che mi tiene vivo ancora, camuffata sotto questo sorriso di circostanza mentre avrei voluto essere libero.
E l'esplosione quasi non la sentì, non potè dire di sentirla, semplicemente capì che la sua mano non aveva più alcun peso, il suo corpo stagliato sui cartelloni pubblicitari come un paesaggio in negativo, il suo abito stirato come quello degli altri e pulito e lo sguardo che non rivela traccia della sua intenzione - scardinare questo mondo così com'è per far rinascere dalle macerie un tempo nuovo, un nuovo tempo, come se questo fosse possibile dentro un treno della metropolitana, tra questa folla compressa tra gomiti e doveri e ascelle e umori di incubi notturni e la paura che non accenna a rallentare - l'uomo senza la sua valigetta si ritrovò a pensare che non valesse la pena tenere alcuna idea in testa, a parte l'idea della paura che aveva, la paura di altre bombe e altre esplosioni, nell'attimo stesso in cui la bomba esplodeva non si accorse della bomba che esplodeva ma immaginò altre esplosioni e immaginò di fuggire, e di certo sarebbe fuggito, se solo avesse avuto dello spazio verso cui andare e terreno su cui battere i piedi e piedi con i quali correre e -
Da Zero posso partire per arrivare al quasi Uno, il quasi Uno, lungo un percorso di infiniti numeri da immaginare prima che l'esplosione mi colga impreparato, prima che la paura mi renda un numero immaginato da altri prima di me, la bomba ha scatenato la paura, ecco l'unico effetto della bomba, un lungo rumore di fondo che comunica paura e sa farsi ascoltare sotto la musica di un ipod o lungo la linea degli sguardi immersi nella polvere, se avessi le orecchie potrei sentire ancora l'eco di quell'esplosione che ci tiene chiusi in casa e ci fa indossare mascherine e ci fa tenere bassi gli sguardi e ci fa tenere i cani al guinzaglio e ci fa venire voglia di scappare lontano lontano, al di là di questi corpi e di queste immagini che ridono e di queste pareti da scardinare per tornare a vedere qualcosa di buono, aldilà, se mai esiste qualcosa di buono.
Di certo sarebbe fuggito, se avesse potuto. Ma impiegò qualche secondo per accorgersi che non esisteva.

Manuele Fior.
Dietro la folla laggiù in fondo si nasconde una signora con un cane immaginario al guinzaglio e lo sguardo spaventato da questo fluire, forse troveresti un po' di stanchezza impigliata sotto le sue ciglia se gli anni non le avessero insegnato così bene a celarla dietro un velo di stupore, e quelle ombre blu che le solcano il viso non le scambieresti per segnali di un trucco affrettato - se solo la vedessi, ma la signora ha imparato negli anni a non dare nell'occhio, scomparire dietro un palo o un filo di vento che filtra dalle finestre lievemente abbassate, e il cane che spesso la spinge in avanti la farebbe cadere sopra il piede di un passante se solo non fosse così pronta a ricomporsi ogni volta, non fare movimenti che turbino i corpi vicini, non svelare la sua presenza.
Ieri o ieri l'altro - non è facile essere precisi dentro un vagone affollato - la signora laggiù in fondo ha imparato a scomparire, l'ha imparato come tutti, un po' alla volta, mettendosi allo specchio e chiudendo gli occhi, l'ha imparato da ragazzina e l'ha affinato con le ore, i giorni e gli anni, fino a quando le persone hanno smesso di guardarla, ma non si è mai abbastanza invisibili dal fluire delle cose, c'è sempre un filo di vergogna quando si entra in un luogo affollato, in una sala d'attesa o in una metropolitana, perché lo sguardo non cede chiudendo le palpebre, ti entra nella pelle come polvere sottile - il giornale ne parlava proprio stamattina, di queste polveri sottili, i resti invisibili che vagano nell'aria dopo la deflagrazione, corpuscoli così leggeri che ti penetrano nella pelle e si mischiano al tuo sangue prima che tu riesca a chiudere gli occhi.
L'ha letto stamattina, che la polvere si spande nell'attimo in cui il proiettile penetra il bersaglio, nell'attimo in cui esplode una bomba o nasce un sistema solare, e cresce intangibile e riempie lo spazio tra i pianeti, e si sparge in mezzo agli aliti e ai rumori della città, nelle file lunghissime degli uomini alla fabbrica o tra i pendolari incastrati in metropolitana, una volta la signora metteva una mascherina sulla bocca per respirare soltanto il suo respiro ma la polvere non si ferma al respiro, si infila tra le sostanze e le modifica - così ora tiene gli occhi bene aperti illudendosi di essere invisibile, osservando le sostanze che mutano a contatto con la polvere, e si chiede se il ragazzo con gli auricolari stia sentendo il rumore della polvere e lo stia cantando, o se la polvere sia così minuscola da dilatare il tempo, al punto che ogni evento si possa ripetere due o tre volte di seguito, come in un racconto differito.
Se così fosse, forse potrebbe evitare che il suo cane immaginario le sfugga ancora dalle mani, che scodinzoli via perdendosi tra la folla fino a quando il treno è destinato a fermarsi, l'attimo preciso in cui la valigetta pesante dell'uomo in piedi finisca schiacciata da quelle mascelle immaginarie - forse la prossima volta, il prossimo venerdì, forse quel giorno la polvere smetterà di diffondersi e lei non avrà più bisogno di essere invisibile, forse allora il silenzio prevarrà sul fluire delle cose ma questa volta c'è soltanto rumore, e sguardi molesti da evitare, e polvere da cui nascondersi per non lasciarsi mutare ancora -,
allora la signora laggiù in fondo chiude gli occhi, aspetta la deflagrazione.

Manuele Fior.
Devi avere la mente libera, si dice il ragazzo con l'ipod nelle orecchie mentre il rullare del treno si mischia al battito delle batterie elettroniche e il volume sale, la musica diventa più densa, finché ancora una volta entra la voce di lui - una voce tiepida e femminile che ti riporta indietro nel tempo, una voce che una volta avresti confuso con la tua, chiuso in pareti più famigliari di queste non avresti avuto vergogna a sentirla tremare e ti saresti sforzato di sopravanzarla, avresti sentito quella voce salirti lungo i timpani e penetrarti nella testa e l'avresti fatta uscire nel modo più neutro possibile, il più lontano possibile dal tuo timbro, come se fossi posseduto da quella voce, come se in quel momento e da quel momento e per il resto della vita avessi soltanto quella voce da cantare - ma queste persone lo fanno sentire in imbarazzo, quei loro sguardi sfocati ma persistenti, i corpi vicini ma estranei, vorrebbe cantare nel modo più naturale possibile prima di attivare il cervello verso il suo presente imballato ma queste persone lo inibiscono e lo fanno sentire inerme - per questo tiene il pensiero vago verso il niente, si focalizza sui punti di fuga, lascia che il treno lo porti verso qualcosa di solido su cui poggiare lo sguardo.
Il ragazzo con l'ipod nelle orecchie si sforza di tenere la mente libera concentrandosi sulle parole della canzone ma non è facile come dirlo, c'è sempre qualche dettaglio distraente, come una tipa dalla gonna un po' corta che non vuole guardare altrove, oppure un tizio dalla valigetta pesante che rischia di caderti addosso, così finisci per riempirti la mente di cose che non vorresti, cose che non hanno nulla a che fare con l'esame che stai preparando o con la depressione di tua madre o con il fatto che i tuoi amici non si fanno più sentire e sono tutti appassiti, e allora il ragazzo si guarda intorno in cerca di una qualche violenza da esibire, una piccola maleducazione ficcata nella parentesi dei corpi estranei che gli stanno addosso - ecco, se volessi, potresti sfiorare la pelle di ognuno di loro, basterebbe sollevare una mano o un piede oltre la soglia della tua presenza, tenere lo sguardo concentrato su un altro sguardo per il tempo necessario a stabilire un contatto - è così che si realizza la violenza, la voce si alza, il tempo si frammenta. E' così che puoi sentire una minuscola bomba scoppiare, vedere le macerie prima che ti precipitino addosso.
Tra poco scoppierà la bomba e in quel momento il ragazzo muoverà la bocca senza produrre suono, come il rumore di fondo di un big bang. Allora scoprirà di saper cantare la stessa canzone che cantava tempo fa, quando ancora aveva la mente libera, prima che dal niente arrivasse il rumore.

Manuele Fior.
Dentro la valigetta dell'uomo che sta salendo in metropolitana c'è qualcosa di pesante. Lo si capisce dal modo con cui la guarda e bada a non urtare nessuno. La tiene ben stretta nella mano chiedendosi perchè ha deciso di affidarsi ai mezzi pubblici. Non c'è posto a sedere che sia abbastanza largo da evitargli di entrare a contatto con odori e sguardi estranei, così si attacca alla sbarra umida aspettando la prossima fermata.
Guardandosi attorno, si chiede se il motivo della sua erezione sia quel lembo di pelle che sbuca dalla camicia della ragazza alla sua destra oppure l'offerta natalizia scritta sul cartellone penzolante sopra la sua faccia. Qualcuno sta ridendo, ma è qualcuno stampato sopra una parete. Una risata senza suono che vorrebbe distrarlo dalla stanchezza degli altri passeggeri e dalla sua. Ma non lo distrae abbastanza. C'è sempre quel dettaglio ficcato nella testa a proposito del motivo per il quale si trova qui. E non è importante ricordare che giorno è oggi. Potrebbe essere il dodici dicembre o il tredici o il quattordici dicembre. Quel che conta è che sia venerdì. C'è mercato di venerdì, qui a Milano, in Piazza Fontana.
Il ragazzo seduto alla sua destra tiene l'ipod nel taschino della giacca e a bassa voce trascina vocali che hanno qualcosa di buddista. La signora che gli è seduta accanto attacca a ridere con un'amica dall'altra parte di un auricolare. Sta ciacolando di lavoro e di natale, vacanze passate in albergo e ferie accumulate e Tu cosa regali al tuo moroso. Il vecchio di fronte a lei non riesce a staccare gli occhi dalle sue calze nere. Forse gli ricordano la sua ex cognata o forse è solo preoccupato del suo cancro. Le valigette diventano ogni secondo più pesanti. Le pubblicità sono diventati fogli strappati, e l'uomo con la valigetta nella mano non capisce bene cosa significano.
Vorrebbe accendersi una sigaretta ma non può, finché resta chiuso qui dentro. Maledice le regole dei mezzi pubblici. Tra poco dovrebbe esserci la sua fermata, però il treno non accenna a rallentare. Anzi, un'improvvisa accelerata sotto i suoi piedi rischia di farlo cadere. Il ragazzo con l'ipod lo guarda senza espressione. Ha smesso di cantare la sua preghiera buddista e dalla bocca traduce il silenzio che sente nelle orecchie. Al di là del finestrino ora si riconoscono la polvere e la nebbia di un'esplosione. Le pareti della metropolitana non ci sono più. Su ogni cartellone strappato si vede l'immagine di un uomo che precipita. La ragazza continua a ridacchiare mentre si sente dire che qualcuno è stato assassinato. Il giornale ne parla, ma è un giornale vecchissimo. Forse parla dello scorso venerdì, o di quello prima.
L'uomo sospira e cerca di non preoccuparsi. Come ogni anno arriva il momento di far saltare la bomba. E' solo questione di pazienza. Se il treno accelera significa che la fermata è ancora lontana. Ma significa anche che la fermata si sta avvicinando.
Il treno accelera, ed è sempre più in ritardo.
L'uomo abbassa lo sguardo e non trova più la sua valigetta.

Ashley Wood.
Di mestiere faccio niente, lo colleziono, lo carico dentro questo niente, ho firmato il contratto da poco e oggi lavoro, domani non lavoro, dopodomani non so.
Il mio contratto dice: accertati di sbagliare il meno possibile, accertati di non sparlare dei presenti.
Oggi sono a casa e ho dormito fino a tardi, il sole mi suggerisce di lavare la macchina ma non ne ho voglia, preferisco passeggiare tra le rovine e sentire il dolore delle mie scarpe strette, preferisco non sapere che ora è oggi, che giorno è oggi, preferisco non guardare l'orologio, da molti anni non porto l'orologio, per natale i miei colleghi mi regaleranno un orologio.
I miei colleghi sono tutti brave persone, non parlano mai male dei presenti, si fanno i regali per il compleanno e per il natale.
Mi hanno detto che per natale devo comprare i regali per i miei colleghi ma io non so cosa regalare, non è previsto nel contratto, dovrei essere presente quando ci scambiamo i regali, non vorrei parlassero male del mio regalo o di me.
Sapete, ho firmato il contratto da poco.
Il mio contratto dice: non fare niente di compromettente, non dire niente che potrebbe danneggiarti.
Domani non lavoro, dopodomani non so.

Josè Munoz.
Diavolo d'un me. Porco d'un diavolo. Ho un sonno coltivato da secoli. E vedo letti ovunque. Letti e cuscini. Posti morbidi su cui poggiar la testa. E tengo gli occhi bene aperti per non cadere fuori strada, ma la strada non la vedo. La strada non si vede in questo cielo color nebbia. Cammino da secoli su questo asfalto che non si capisce dove comincia nè dove finisce e aspetto un diavolo che mi dia un passaggio. E intanto penso Ah se fossi stato sveglio. Se non avessi chiuso gli occhi. Guiderei tranquillo verso il niente e riderei dei poveri diavoli che mi chiedono un passaggio e per niente mi fermerei. Invece chiusi gli occhi per un attimo e l'attimo dopo non avevo più la macchina. Qualche ladro me la rubò. Qualche diavolo più diavolo di me mi ha aspettato dietro l'angolo e mi ha tirato un cartone prima che potessi dirgli stronzo. Ha frugato tra le mie tasche in cerca della chiave e con quella chiave si è chiavato la mia macchina prima che riaprissi gli occhi. Prima che mi rialzassi da quel posto duro. Prima che mi ricordassi la strada. Ed ora il mio naso puzza del mio sangue e non ho dove poggiar la testa. La strada sembra così lunga da quaggiù, sotto i miei piedi lontani. E con quel poco che mi resta oltre il mio sonno sento il rombo delle auto indifferenti e il sorriso del ladro ridere di me. E i miei piedi non li vedo più. La mia ombra, chi sa dove sta. E fisso la notte color nebbia, e alzo il pollice in cerca di un passaggio. Porco d'un diavolo. Diavolo d'un me. Al posto loro non mi fermerei. Forse il ladro si fermerà.