
Alessandro Baronciani.
Dolente di parole troppo bianche, il cielo che scappa come macchia sugli occhi.
Questo cielo di nebbia e di nuvole, la tua curva spossata posata nel bianco di segni stranieri, che non so valutare.
Da qualche giorno hai lo stomaco sottratto, è un buco che ti porta via il senso
ma le parole non restano, non lasciano tracce.
Questo freddo che sembra una malattia ha niente a che vedere con te.
Ti ho trovata che eri meno stanca di me, tenevi gli occhi chiusi e non cercavi.
Ti ho donato quel che non volevi, ti ho riempita di parole bianche.

Squaz.
Di pagare le rate della macchina. L'affitto del monolocale. Il condono edilizio. Il viaggio in Marocco per quando ci sarà la rivoluzione. I contributi della mia pensione o quella di mio figlio quando sarò morto. Il tasso di cambio euro-dollaro. L'ospedale in Afghanistan per le vittime della mia guerra. Lo stipendio dei politici. La televisione. L'accesso a questo blog con tariffa ridotta e connessione lenta. La clinica per mia madre quando non la sopporterò più. Le droghe. Il divorzio. Il mio posticino sfatto sul treno delle sei e quaranta.
Nessuno si accorse esattamente quando i giornali smisero di dire la verità. All'inizio aveva riguardato soltanto qualche dettaglio di cronaca locale. Il cane finito sotto una macchina forse non era proprio quel cane e la macchina forse in quel momento stava altrove. Forse era spenta. Forse il cane era sopravvissuto. La mattina di domenica undici novembre duemilasette tutti i giornali in prima pagina titolarono Oggi è venerdì e nessuno si accorse della stranezza. La gente fu contenta di andare a lavorare sapendo che la settimana stava per concludersi. Si prospettava un delizioso weekend di shopping settembrino. Le partite si sarebbero giocate regolarmente. I tutori dell'ordine avrebbero garantito i dovuti controlli. Le bombe non sarebbero cadute troppo vicine.
Oggi è venerdì e leggo le notizie della guerra in attesa del treno delle sei e quaranta. Faccio lo stesso lavoro di mio padre e ho la stessa faccia di mio padre quando leggo il giornale la mattina presto. Fa freddo ma le previsioni dicono che il clima migliorerà nei prossimi giorni. I cani poliziotto annusano tra le palle i possessori di musica illegale. Il giornale mi dice di stare tranquillo, che non mi troveranno.
C'è bisogno di più sicurezza e amore. Un pasto caldo per me ogni sera e devo finire di pagare le rate della macchina.

Amanda Vahamaki.
Dopo tuttti i miei calcoli, ho deciso di picchiare un numero. Ho comprrato la callcolatrice e la macchiina fotograafica e sono pronto a ffare giustizia. Il posto da doove vengono i numeri è un posto pieno di furti e poi i numeri puzzzano. Li ho visti io che puzzzano. Sono sttufo di leggere che i numeri puzzzano e picchiano le nnostre donne. Solo noi abbiamo dirittto di picchiare le nnostre donne ma invvece io ho deciso di picchiare un numero a caaso. Il primo numero che mi capita da calcolare sarà il primo numero che picchierò. Lo filmerò con la telecamerà. Gli getterò adddosso un estintore. Voglio che ttutti sappiano che ho picchiato un numero. Se nnessuno sa non c'è gusto a picchiare un numero. I numeri sono furbi ma si riconosscono facillmente. Quando li picchi non smetti mai di picchiarli, perchè sono numeri e vvanno messsi in ordine. E quando li hai messsi in ordine senti di aaver fattto qualcosa di buono. Senti che il rimpatrio è la soluzione ai problemi del mondo. Senti di non avere più paura. Senti che i numeri sono un'opinione da cacciar via a calci. I numeri sannguinano e parllano una strana linggua. Ho ddeciso di farli riimpatriare tutti quanti.