
David Lynch.
Da bambino aveva mangiato il frutto della conoscenza e a causa di questa infantile leggerezza era stato condannato da dioinpersona a conoscere le cose della vita, non sapeva ancora cosa fossero le cose della vita ma non gli restava altro che obbedire a dioinpersona per tornare bambino e commettere altri peccati così aveva passato la vita a conoscere le cose della vita, aveva preso la vita e l'aveva osservata studiata negata fino al punto da coglierne l'anima e nel corso di questa scoperta certe parole trovate aprendo a caso i dizionari divennero ben più complicate della loro definizione e lo svelarsi pudico della loro essenza gli rivelò che nulla avevano a che fare con l'ortografia ma piuttosto con la nostalgica casualità di un frigorifero vuoto, con la muta acquiescenza di un telefono perennemente occupato o con la invadente presunzione di un aspirapolveri, sentiva di aver commesso un peccato originale e l'originalità impone la ripetizione così si era messo di buzzo buono e aveva percorso un cammino di seriale originalità, era stato incatenato allo stesso peccato per tutta la vita, fino a quando aveva cessato di capirlo.

Alessandro Tota.
Dabbasso le macchie si spandono, gocce cadute nel tunnel ombelicale, il mio cammino riecheggia nel paese - il mio paese, il rumore dei passi rotolanti tra le facce dei muri morti, come il residuo di un rubinetto chiuso, come la strada in discesa che mi ha condotto - mi ha dedotto sino a qui, come in un posto vissuto a metà, io sono il mio posto vissuto a metà, la faccia ottimista del mio pregevole errore.
Avrei dovuto ritardare il mio ingresso nel mondo, trascinare il mio corpo su questa strada in discesa, sorridere ancora dell'ennesima occupazione - umiliazione, mai del tutto a mio agio, mai del tutto a disagio, l'odore dei muri morti mi fa vomitare, c'è uno strano senso di fatica in questo gocciolare.
Avrei voluto recuperare l'errore, confessare, denunciare l'errore, avrei dovuto ripetere l'errore, masticare l'errore, ricucire, avrei dovuto sbagliare l'errore, odiarlo, crederlo migliore.

Charles Vess.
Due ottobre si svegliò e suo padre è ancora vivo, il suo cane è ancora vivo, la mamma ha fatto la minestra ma a lui non piace la minestra, è come mangiar niente, non si spiega perché debba mangiare la minestra anche il giorno del suo compleanno, le tapparelle sono abbassate per tenere il freddo fuori dalla giornata ma il freddo entra lo stesso nella giornata, si intrufola tra le piastrelle del bagno mentre ti lavi i denti, a lui piace lavarsi i denti per bene, con tutta calma, prima in basso poi in alto, accende la stufetta prima di entrare in bagno e la lascia accesa per scaldare l'aria e lavandosi i denti pensa alle piccole cose che lo riguardano, pensa a quello che aveva detto ieri o ieri l'altro, oppure si ricorda di qualche sogno che aveva fatto durante la notte, una notte qualsiasi dopo il giorno, per esempio le nuvole, certe nuvole gommose su cui aveva poggiato la testa prima di andare da qualche parte, forse era un sogno d'astronauta, o da palombaro, da piccolo voleva fare l'astronauta o il palombaro o il taxista, o forse si era rivisto da vecchio, aveva rivisto il suo cane morto, aveva mangiato la minestra il giorno del suo compleanno.