
Arne Bellstorf.
Domanda banale, eppure ti rispondo senza bocca. Sono così silenzioso che il mio respiro è stanco senza sforzo. E dico parole cattive, parole cattive e persino la mia madre ha smesso di ascoltarmi. Parole così nere che al buio non si vedono nemmeno. E dormo senza sognare, senza parlare. E faccio sonni inutili, sogni inutili. Sogni così inutili che potrei smettere di dormire.
Persi la bocca davanti a una finestra, persi la bocca per il troppo ciarlare, una farfalla me la portò via prima che potessi urlare, e dopo di allora non ebbi più la bocca nè motivo, quand'ero più vecchio dicevo solo parole di altri, ripetevo parole di altri, le mie parole diventavano segni e poi cose, afferravo le mie parole come cose e le tenevo a mente, me ne prendevo cura.
Ora che le mie parole fanno male le cancello, ora che sono bambino, dimentico le pagine del mio libro, dimentico la mia voce, e la mia bocca è così inutile che nessuno la vuole rubare. E chiudo la finestra per non rispondere alle tue domande banali. Il mio respiro è diventato bianco e senza sforzo. Le mie parole così bianche che nessuno le sa vedere.

Stefano Ricci.
Dice: son giovane, son vecchio, ho la pelle di mio padre, le parole che niente, le ascolto e ne provo vergogna e solo dopo le pronuncio, come un sasso gettato nel vuoto mi giro, mi stanco, parlo perchè mi vergogno, questa mia timidezza è la mia assoluzione, questa mia timidezza è egoismo, la mano che getta il mio sasso è come un sasso gettato nel vuoto, è un vuoto gettato nel vuoto e questa mia pelle è più vecchia, più vecchia di mio padre e della sua pelle più vecchia, e poi scrivo parole che stanche, parole che è inutile, facessero ridere almeno farebbero ridere, ma ho la testa che batte, le parole che niente, questa mia assoluzione è egoismo, questa timida timidezza è egoismo, dice se penso, dice, le parole sprecate. Dice: se pensi a quante parole sprecate dovresti gettar via la bocca.

Maria Colino.
Davanti alla tivù smetto di tremare. Smetto di sudare. Smetto di.
Ingrasso immobile e risparmio. Non penso. Non consumo. Il mio fiato diventa neve da mangiare. La mangio.
La mia energia è mia.
Cambiatemi canale, non fatemi annoiare. Lavatemi il pigiama. Portatemi il giornale.
Liberate Adamo e Eva. Liberate il serpente. Vomitate la mela. Levate le manette a Sacco e a Vanzetti. Fate scendere quel povero porco dalla croce. Toglietegli la parola. Fatelo ingrassare come a me.

Guy Delisle.
Dentro di lui non c'era niente. Era un uomo libero. Era un uomo vuoto. Aveva una casa grande e denaro da buttare, un gatto verde che gli faceva compagnia. A volte il gatto verde spariva per giorni ma lui a malapena se ne accorgeva. Poi un mattino tornava e miagolava e lo risvegliava dal torpore. A volte gli pareva che il gatto verde non fosse un solo gatto verde, ma che ce ne fossero almeno due in giro per casa, o anche tre, e non sapeva a quale di questi aveva dato da mangiare o aveva regalato una carezza. A volte il gatto verde moriva di vecchiaia o di indigestione, e bisognava piangerlo per almeno tre giorni di fila. A volte invece rinasceva rumorosamente e cambiava colore e nome. Sbucava all'improvviso dallo sgabuzzino buttando in giro tutta la sabbia della lettiera, così bisognava pulire il pavimento dalla sabbia e dall'odore. Oppure a volte non esisteva nessun gatto verde, non era mai esistito. E questa consapevolezza faceva sentire l'uomo stranamente libero e vuoto, come se non fosse già abbastanza libero e vuoto.
Dentro di lui non c'era niente da vivere o da dire. Capitava che non pronunciasse una parola per giorni. Oppure ripeteva all'infinito le parole che gli piacevano di più, e solo uno dei tre gatti verdi lo stava a sentire. Gli altri gli davano le spalle o dormicchiavano paciosamente oppure buttavano sul pavimento tutta la sabbia della lettiera, così all'uomo toccava interrompere il discorso che gli piaceva tanto per andare a pulire.
Spesso aveva la sensazione di essere odiato dal gatto verde, ma questa sensazione non gli provocava alcun dolore. Era un uomo libero. Dentro non aveva niente che gli potesse fare male.
A volte un gatto verde gli si avvicinava di soppiatto e gli morsicava un piede. Ma lui non faceva in tempo a restituirgli un bel calcione che quello era già sparito dietro la porta. Oppure era diventato un altro gatto, che faceva le fusa e gli leccava le dita.
Allora lui prendeva in braccio il gatto verde e gli chiedeva se gli voleva bene. E il gatto verde rispondeva sempre di si. Ma forse non era quello a rispondergli di si. Forse era un altro gatto verde.