Joshua Weinberg.
Doveri esistenziali, tempi morti esistenziali. Finzioni esistenziali. C'è chi mi dedica un alfabeto, e lo ringrazio. Con un pizzico di confusione recito le mie lettere a memoria. La vita ha i suoi alti e bassi, non vi è dubbio. L'ultima lettera dell'alfabeto è la D. La prima lettera dell'alfabeto è la D. La vita ha finzioni migliori. Dovrei smetterla di guardarla ballare e volerla baciare. Dovrei smetterla di cercare un modo nuovo per comunicare. Osservo i miei alti e bassi prima di andare a dormire. In ogni forma ti rivedo e ti ripeto, in ogni colore e confusione. E non so ancora se sto guardando avanti o se sto guardando indietro.

Jules Feiffer.
Deluso dai cambiamenti del clima e dalle ristrettezze dell'armadio e dalla sua testa gonfia di parole fallimentari aveva preso la decisione di vestirsi elegante e così si era vestito elegante, era uscito dal suo buio al sapor di naftalina e aveva scelto un dio adatto alle sue esigenze danzerecce, un tipo magro dalla barba lunga e lo sguardo perso nella supercezione, un deejay giovanile e con una canzone buona per ogni occasione, se vuoi un lento ti darò un lento, se vuoi piangere ti farò piangere, se vuoi scappare nessuno ti ricorderà, ed aveva respirato quella serata bianchissima con un sorriso bianchissimo e la faccia bianchissima, aveva ordinato un cocktail martini e scherzato coi suoi amici sconosciuti a proposito dei cambiamenti climatici, aveva fumato una matita dalla punta fine per accogliere di buon grado i bacini golosi delle zanzare e si era lasciato succhiare fino a notte tarda, la faccia bianchissima illuminata dal suo dio magro, e con uno sguardo immateriale aveva sorpreso la piega malinconica di un altro vestito e l'aveva ballato a lungo e si era fatto ballare a lungo e quando smisero di ballarsi e si scoprirono di colpo così esausti e stropicciati, mai così strette gli erano parse quelle pareti strette, mai così fallimentari le sue parole, mai come allora aveva provato un tale gioioso rancore per il suo buio al sapor di naftalina.

Anders Nilsen.
Domani sarà abbastanza? Oh no. Hai ancora tempo per sollazzarti e per sentirti bene o per sentirti male. Domani sarai conciato da sbatter via ma non ti importa ancora. Ancora ci tieni a stravaccarti a terra e a cercare qualche aquila rotonda da cui farti mangiare, qualche buffo progetto da inseguire prima che un angelo dall'alto ti ricordi che la tua vita sta diventando seria - e allora forza, coraggio, metti il punto e vai a capo. Vai a capo.
Che ora come ora hai un sacco di tempo per la tua letteratura di serie D., per le tue lamentele di ora. Annaffi le piante e metti a posto la stanza e toh!, trovi pure un'immagine su cui schizzare le tue quattro parole faticose - domani sarai conciato ma domani non è ancora, non è ancora. Ti lavi la coscienza e paghi i tuoi debiti prima che diventino seri. Un vecchio mito morto ti dà il ritmo da seguire e allora scrivi senza pensare, ché scrivere è come un orgasmo, scrivere è come dormire, è come cagare una lacrima secca.
E domani non è mai ora, non è mai ora, domani non è mai abbastanza ora.

Seth.
Dei ventuno fratelli S. era il diciassettesimo dei nati e l'ultimo dei vivi. Dei ventuno fratelli, S. si considerava senza dubbio il più sfortunato. Invece i suoi fratelli pensavano che S. fosse il fratello più cattivo che potesse esistere. Nessuno di loro osava avvicinarsi alla sua casa piena di polvere per non essere preso a male parole da S. Persino M., la sorella che si era fatta suora seguendo i devoti insegnamenti della madre, da molto tempo aveva smesso di telefonare a S. per sapere come stava o se aveva bisogno di qualcosa. S. non aveva bisogno di niente. Ogni mattina chiudeva la casa a chiave e andava a messa, si confessava e faceva la comunione. Una volta alla settimana andava al supermercato e comprava il prosciutto e l'acqua minerale e i fazzoletti di carta.
La casa di S. era stata la casa di sua madre e di sua nonna prima di lui. Tutti e venti i fratelli di S. avevano vissuto lì prima di prendere ognuno la propria strada. Solo S. aveva passato tutta la vita in quella casa piena di polvere. Ogni piastrella del pavimento che aveva calpestato e ogni tegola di muro su cui aveva appoggiato le mani erano già state calpestate o toccate da un S. più giovane o sarebbero state calpestate o toccate da un S. più vecchio. Non ricordava quando aveva deciso di mettere le sbarre alle finestre, ma di sicuro gli pareva un'idea così importante che non dubitava di metterla in atto, prima o poi. La polvere che invadeva la sua casa era la polvere degli anni che aveva vissuto fino ad allora e di quelli che ancora gli restavano prima di tornare alla casa del padre.
Ogni tanto S. si svegliava nel cuore della notte e starnutiva. Si ripuliva gli occhi dalla luce e ascoltava la voce di sua sorella M. che piangeva nel letto di fianco al suo. Di nascosto spiava sua madre ancora ventenne che rimboccava le coperte a M. e le recitava la preghiera per liberarla da tutti i mali del mondo. Anche S. in solitudine recitava la preghiera per liberarsi dai mali del mondo, ma spesso si lasciava distrarre dalle forme che la polvere disegnava sul solco sottile della luce. Quando la luce si spegneva quelle forme gli riempivano i pensieri al punto che non sapeva più dove si trovava, o quando. Chiudeva gli occhi e non sapeva se il giorno dopo avrebbe dovuto mettere le sbarre alle finestre, o scappare da tutta quella polvere, o magari morire.
Eriadan.
Davanti a casa ora il campo sembra un mare giallo balbettante, il vento urla i suoi lamenti tutto il dì ma la notte se stai zitto puoi sentire ancora i grilli tra le spighe, in questi giorni gialli scombinati mi chiedo come si chiama il verso dei grilli, ho già troppi grilli per la testa che non credo interessanti da ascoltare, parole che non avevo mai sentito ma mi tocca nominare - così, provo a zittirle guardardo il mare - mi piacerebbe inventare parole nuove solo per il gusto di tacerle, saggi segreti da conservare per quando sarò bambino, balordi suoni che non si facciano imparare, il vento urla ancora tutto il dì, ma la notte se sto zitto sento i grilli fare cri cri cri cri cri cri cri cri

Guido Crepax.
Dimentichi la tua carne. Le tue parole le dimentichi. Solo quando hai dimenticato tutto - tutto, puoi inventare corpi nuovi. Svuotati dell'abbraccio, amore è un sentimento anatomico. Dimenticati le parole + prendi il telecomando. Cambia canale finchè non trovi quel che ti piace. Seducilo + buttalo tra i corpi altrui.
La tua carne invecchia + cede - il televisore puzza di sudore. Mi mostri il tuo corpo perfetto + mi chiedi /invecchierò domani?/. Non saprei. Ho imparato a parlare del + e del -. Ho dimenticato il tuo corpo perfetto. Fotografo i volti delle tue parole + li riguardo, quando mi sento solo.