
Robert Crumb.
Dove sei stato?, gli chiese la moglie stropicciandosi gli occhi.
Lui si pulì i pantaloni. La luce del televisore acceso nella penombra si riflettè sulla sua faccia, dandogli un inquietante colorito bluastro.
Hai sentito?, rispose. Hanno deciso di ammazzarlo per davvero.
Sono le due del mattino, gli disse la moglie. Perchè non vieni a letto?
Non pensavo finisse così. Non finisce mai così. Ma stavolta pare sia vero. Un coglione di meno.
La sua voce claudicante aveva un tono troppo alto per un sobrio. Con questo tono i bambini si sarebbero svegliati di sicuro.
Dai, vieni a dormire, insistette la moglie. Tanto lo ammazzeranno domani.
Ti raggiungo dopo. Voglio starmene qui ancora per un po'.
Il telegiornale mostrava immagini di repertorio del rais acclamato dalla folla accanto ad altre, più recenti, del processo a Baghdad. Aveva trascorso tutta la serata seduto a guardarle. A poco a poco, la sua testa si era riempita di perverse fantasie. Le sue scene preferite erano quelle girate poche ore dopo la cattura, col dittatore malconcio e spettinato a cui guardavano in bocca. Gli guardavano i denti, al vecchio porco, come si fa con i cavalli. O con le puttanelle.
Lo ammazzeranno per davvero, domani. Vedrai, disse, e gli si illuminarono gli occhi.
Lo spero bene, commentò la moglie. Anche lei aveva perso il sonno. Ora quelle immagini, chi sa come, le trasmettevano un gioioso senso di piacere.
Pensi che ce lo faranno vedere, mentre lo ammazzano?
Non saprei, rispose lui. Nella guida ai programmi non c'è. Forse andrà solo sul satellite.
La moglie pensò che quella sarebbe stata l'occasione ideale per un regalo di Natale posticipato, ma d'un tratto il pianto dei bambini la riportò ai suoi doveri. Ecco, lo sapevo, bofonchiò a bassa voce. E, senza aggiungere altro, sgattaiolò nel reparto notte.
Il marito, solo di fronte alla faccia violentata del rais, si ficcò di nuovo la mano nei pantaloni.

Miguel Angel Martin.
Dieci mesi, non di più. E già sapeva usare il telecomando e schiacciare i pulsanti giusti. Avanti veloce e ralenty, stop motion, padroneggiava il tempo meglio di me. Ripeti la scena. Ripeti la scena.
Aveva sempre il ciuccio in bocca e il telecomando tra le dita. Mangiava sempre lo stesso identico omogeneizzato al pollo. Lo stesso biscotto pucciato nel latte caldo. Si addormentava sempre in quel preciso momento, facendo gli stessi rumori con la bocca, incantato dalla solita ninna nanna. Dormi dormi bel bambino... Avanti veloce. Aspetta, aspetta. Fermo immagine.
Lo rivedo ora, un bell'ometto ben vestito e cresciuto, la barba curata per festeggiare la sua laurea, o forse il matrimonio. Immagini sfocate, strisce orizzontali sulla superficie della retina. Forse dovrei proseguire, forse no. Meglio di no.
Indietro veloce. Cammino a ritroso perdendo memoria. Vedo immagini notturne. Ragazzi che urlano e piangono e vomitano su un marciapiede. E una ragazza, bionda e ombrosa, che si raccoglie i capelli con grazia lunare. Forse la sto spiando, forse vuole farsi spiare. Sta ridendo, ma perchè? Cosa le ho fatto?
Indietro, indietro, corriamo via. Sei un bravo bambino e mi fai paura. Dammi quel telecomando. Non voglio perder tempo, non ha senso. Non voglio che il tempo perda senso. Ridammi quel che è mio, quel che è tuo. Spegni tutto, spegni.
Stop.

Gipi.
Dovrebbe andarsene subito, ma non ne ha voglia. E' un anarchico pigro. Ha appena piazzato una bomba immaginaria sotto la seggiola del suo capo. Ha urlato dentro la sua testa qualche sconcissima offesa contro il sistema. Con una matita spuntata ha scritto volantini, piccoli pezzi di propaganda copincollati da vecchi slogan anni sessanta sopra rotoli di carta igienica usati che ha subito provveduto a cancellare nello scarico di un cesso. Ora canticchia felice e beato la sua sovrana anarchia. Che bello nutrirsi di un sogno, che bello, che bello. Si aggiusta la cravatta, si mette in tiro in attesa della riunione delle sei. Se fosse furbo se ne andrebbe di corsa. Se fosse furbo, invece è così pigro e incosciente. Le gambe gli fan troppo male quando si muove di fretta. Una volta si è fatto scoprire mentre guardava di traverso una collega rompiballe. Ha rischiato grosso. Persino di essere escluso dal tavolo dei colleghi in pausa pranzo. Per fortuna sa come sfuggire a questi rischi. Aggiustare le cose, alleggerire le tensioni. Raccontare barzellette. Che ridere quel giorno, che ridere. Il capo sputava tutto il pane dalla bocca dal ridere. E i colleghi, ammirati. Di ritorno dalla pausa pranzo tutti a circondarlo e rendergli onore. Che bravo impiegato, preciso e rigoroso, uno dei migliori. E che portamento, che raffinata eleganza. Un uomo da sposare. Ah se sapeste, signore mie, se sapeste. Quello che scrivo di voi, quello che penso. Quello che faccio, quando non mi vedete. Quante volte, tornando da pranzi pasciuti e gloriosi come questo, guardare il quadrato di cemento e vetro e studiare la resistenza delle strutture, la posizione delle colonne portanti, gli spazi che definiscono le gerarchie, in vista del grande botto che porrà fine a tutte le ingiustizie. Ma è un anarchico pigro, si aggiusta la cravatta di fronte allo specchio del bagno. Se fosse furbo scapperebbe. Tra poco comincia la riunione delle sei e lui sa già cosa aspettarsi. Il capo farà il solito consuntivo di fine anno, parlerà degli obiettivi raggiunti e da raggiungere. Annuncerà il nuovo direttore guardandolo dritto negli occhi. Applausi, baci, complimenti, barzellette. Tutto così prevedibile e scontato. Ah, signore mie. Se sapeste.

David Mazzucchelli.
Due libri sto leggendo, in contemporanea. Una pagina l'uno una pagina l'altro. E' divertente. Per esempio non sapevo che Henry Miller fosse stato in prigione. O che Edward Bunker avesse vissuto a Parigi. Ma forse mi confondo. In realtà si somigliano, Miller e Bunker. Non solo per la rima.
Leggo sopra il treno, leggo mentre dormo. A volte sogno di dormire o di leggere che sogno. A volte mi sveglio e non ricordo dove mi trovo. In compenso ricordo benissimo a che pagina del libro ero arrivato prima di addormentarmi.
Tutta la mia vita l'ho imparata dai dizionari. Conosco un sacco di parole che non ho mai vissuto. Parole come fottuto succhiacazzi figlio di puttana. Non mi capita spesso di dire parole così, nella mia vita.
Sto leggendo Henry Miller, Tropico del cancro, e Edward Bunker, Come una bestia feroce.

Paolo Bacilieri.
Dobbiamo respirare. Pensare bene a quel che dobbiam dire.
Qui è dove vuoi mettere la tua roba vecchia, la soffitta dei tuoi deliri, è soprattutto uno spazio in cui infilare le cose che ti vanno, i peccati di gioventù, le improvvisate, le cantate da ubriaco, i fiati sprecati, i conati di vomito.
Dobbiamo respirare. Chiudere gli occhi. Chiudere le orecchie.
Se chiudi le orecchie non senti il rumore, non senti il rumore, se chiudi le orecchie, chiudi le orecchie e pensa pensa pensa pensa a qualcosa di buono, pensa a qualcosa, pensa.
allora respira. chiudi le orecchie. Non sprecare parole. chiudi le orecchie.

Dave McKean.
D. sta per molte cose.
John Dee, 1 Aprile 1989